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MONASTERO DI CAIRATE by Vittorio Ghelfi

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Vittorio Ghelfi Vittorio Ghelfi
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3857
Date added
Sep 25, 2013
Date taken
Sep 25, 2013
Categories
architectural, travel
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Description

Il monastero di Cairate. Manigunda (o per altre versioni Manigonda) era una nobile della corte di Pavia: diventata monaca per sciogliere un voto in seguito ad una guarigione avvenuta grazie alla fonte miracolosa di Bergoro (oggi frazione di Fagnano Olona), fondò nel 737 il monastero benedettino di Santa Maria Assunta.
Il monastero diventò col tempo fra i più importanti del nord Italia, possessore dei tre quarti del territorio cairatese e di quattro mulini, vero centro economico e sociale di Cairate. Si trattava di un monastero fortificato, dotato di fossato. Anche l'intero villaggio era circondato da un fossato, sul cui percorso fino al XIX secolo era presente una "via dei fossati", corrispondente alle odierne vie Bologna-Cairoli-Alberti-Crosti.

L'Arco di Manigunda, realizzato nel 1710 poco lontano dal monastero
Leggenda vuole che nel monastero di Cairate dormì Federico Barbarossa la notte prima della battaglia di Legnano. Fino al concilio di Trento infatti la vita claustrale non era d'obbligo per i monasteri e, all'interno di questi, spesso era presente lo xenodochio per ospitare i viandanti. Pare, tuttavia, che gli abitanti del borgo militassero nel partito avverso all'imperatore e che, per disturbare il suo sonno, abbiano aizzato i cani ad abbaiare tutta la notte[3]. Si narra poi che lo stesso Barbarossa, prima di giungere a Cairate, avesse trafugato da Monza la chioccia dai pulcini d'oro (simbolo longobardo della vita), appartenuta alla regina longobarda Teodolinda: per sdebitarsi dell'ospitalità regalò alle monache uno degli otto pulcini d'oro che, secondo la leggenda, è ancora nascosto tra le mura del monastero.
Centro del potere politico, il monastero nominava un pubblico ufficiale che guidava il piccolo parlamento dei capofamiglia di Cairate che nel medioevo si riunivano a intervalli regolari per decidere sulle questioni comuni come, ad esempio, l'uso delle terre incolte del territorio comunale nei pressi del fiume Olona. Il monastero ammetteva esclusivamente monache di famiglie benestanti e non dipendeva dalla diocesi di Milano ma dalla potente diocesi di Pavia, come Manigunda aveva stabilito al momento della fondazione. Il monastero aveva al sui interno una rigida gerarchia. La badessa era nominata dalle cosiddette monache velate e tale nomina doveva essere confermata formalmente da parte del vescovo di Pavia; seguono a queste le novizie e le converse. Tale ordine gerarchico rimase intatto fino alla soppressione del monastero.
Fino alla fine del XIV secolo erano presenti tre chiese sul territorio comunale: quella di San Martino (oggi nei pressi del cimitero), quella dei SS. Pietro e Stefano e quella di Santa Maria, adiacente al chiostro del monastero, in cui avvenivano le sepolture delle monache. In quest'ultima si trovava un prezioso ciclo di affreschi, di cui uno ancora visibile, raffigurante un vescovo sormontato dallo stemma dei Castiglioni, opera del pittore Aurelio Luini. In essa inoltre è ancora possibile ammirare una delle opere più antiche, che risalirebbe all'alto medioevo: un bassorilievo raffigurante due colombe che si abbeverano.

La chiesa di San Martino
Il chiostro del monastero è stato modificato nelle sue forme attuali dalla badessa Antonia nel 1480, secondo i parametri del tardo-gotico. Testi storici risalenti al XVI secolo[senza fonte] ci informano che accanto al colombaio del monastero era presente l'osteria del paese: l'edificio che la ospitava si è conservato tutt'oggi e la riprova è stata la scoperta di un affresco votivo del 1548.


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